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Il colpo di mano americano contro il Venezuela, condotto da Donald Trump, ha scatenato una tempesta in America Latina. La leadership del continente è divisa su come affrontare questa scommessa politica. Alcuni governi, come quello colombiano, hanno già espresso la loro opposizione e chiedono un'iniziativa urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato arrestato e portato a New York, una mossa che si presume possa ristabilire il potere americano in modo deciso. Ma il continente è stato colpito dal trauma della repressione di Maduro, che ha spinto 8 milioni di persone a lasciare il paese.
Il Brasile, un paese regionale importante, sta cercando di mediare e dialogare con gli Stati Uniti. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha condannato gli attacchi contro Venezuela e offre la sua mediazione per risolvere i problemi regionali.
Cuba si sente minacciata dagli sforzi americani, che vedono nei raid come una violazione del diritto internazionale. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha denunciato il "terrorismo di stato" e la "scioccante violazione delle norme del diritto internazionale".
L'America Latina è divisa su come reagire a questa scommessa politica. Alcuni governi, come quello argentino, hanno chiuso le frontiere ai funzionari maduristi, mentre altri, come quello ecuadoriano, sostengono la guerra regionale contro i "criminali narco-chavisti".
La Spagna e l'Uruguay sono stati tra i primi a condannare gli attacchi contro Venezuela e hanno metto in guardia contro qualsiasi tentativo di controllo governativo o appropriazione esterna di risorse naturali.
Il continente è più pragmatico, più diviso e meno ideologico di prima. Alcuni governi vedono in Trump un alleato contro il caos e i narcosi, mentre altri lo vedono come un rischio per la sovranità regionale.
La scommessa, o l'azzardo, sta nell'imporre risultati rapidi contando su leader amici e sui muscoli militari. Ma prevarrà l'ordine imposto o la reazione di un continente che, pur cambiato, non ha dimenticato la propria storia?
Il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato arrestato e portato a New York, una mossa che si presume possa ristabilire il potere americano in modo deciso. Ma il continente è stato colpito dal trauma della repressione di Maduro, che ha spinto 8 milioni di persone a lasciare il paese.
Il Brasile, un paese regionale importante, sta cercando di mediare e dialogare con gli Stati Uniti. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha condannato gli attacchi contro Venezuela e offre la sua mediazione per risolvere i problemi regionali.
Cuba si sente minacciata dagli sforzi americani, che vedono nei raid come una violazione del diritto internazionale. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha denunciato il "terrorismo di stato" e la "scioccante violazione delle norme del diritto internazionale".
L'America Latina è divisa su come reagire a questa scommessa politica. Alcuni governi, come quello argentino, hanno chiuso le frontiere ai funzionari maduristi, mentre altri, come quello ecuadoriano, sostengono la guerra regionale contro i "criminali narco-chavisti".
La Spagna e l'Uruguay sono stati tra i primi a condannare gli attacchi contro Venezuela e hanno metto in guardia contro qualsiasi tentativo di controllo governativo o appropriazione esterna di risorse naturali.
Il continente è più pragmatico, più diviso e meno ideologico di prima. Alcuni governi vedono in Trump un alleato contro il caos e i narcosi, mentre altri lo vedono come un rischio per la sovranità regionale.
La scommessa, o l'azzardo, sta nell'imporre risultati rapidi contando su leader amici e sui muscoli militari. Ma prevarrà l'ordine imposto o la reazione di un continente che, pur cambiato, non ha dimenticato la propria storia?